Fenomenologia del Tour de France

Articolo inizialmente pubblicato su “Pianeta Sport” alla vigilia della 97° edizione del Tour de France 2010

«Ogni anno nel mese di luglio, si verifica in Francia un evento di grande importanza, che interessa tutto il paese: si corre il Tour de France».

Con queste parole iniziava la sezione dedicata al ciclismo del film «Le sport et les hommes» (1961), co-prodotto dal celebre semiologo francese Roland Barthes e dallo scrittore e regista del Québec Hubert Aquin, vincitore del premio per la miglior regia al festival di Cortina d’Ampezzo.

A distanza di quasi cinquant’anni nulla sembra cambiato. Per più di tre settimane, nonostante i Mondiali di calcio, l’attenzione del paese si riverserà sulla Grande Boucle anche perché:

«Il Tour è talmente esteso da percorrere la Francia in profondità. Grazie a ciò ogni francese rivive le sue case e i suoi monumenti, il suo presente provinciale e il suo antico passato».

«Dicono che i francesi non si intendono di geografia: la loro geografia non è quella dei libri ma quella del Tour. Ogni anno, grazie a esso, i francesi scoprono la lunghezza delle loro cose e l’altezza delle loro montagne. Ogni anno rivivono l’unità materiale del loro paese, ne censiscono le frontiere e i prodotti»

«Questo è il teatro della lotta: la Francia intera»

Si parte però da Rotterdam, in Olanda, al di fuori dunque di quei confini una volta sacri e invalicabili oggi invece facilmente percorribili senza nemmeno la necessità di cogliere il significato del termine “frontiera”. Proprio questo forse vuole essere il significato delle sempre più frequenti partenze al di fuori dei confini nazionali (anche il Giro è partito dall’Olanda): lenire lo sciovinismo e allargare il senso di appartenenza ad una comunità. Non a caso è stata scelta l’Olanda. I Paesi Bassi non sono solo la terra delle biciclette, ma anche il paese in cui è stato firmato il trattato di Amsterdam che ha istituzionalizzato gli accordi di Schengen per la libera circolazione degli individui all’interno del territorio europeo.

«Questa guerra lunga un mese […] ogni giorno ha la sua battaglia, ogni sera il suo vincitore: acqua, fiori, baci… tutto questo prima che il vincitore di un giorno indossi la maglia gialla, insegna rituale della sua vittoria».

Cambiano le squadre, compaiono gli sponsor e la provenienza degli atleti si fa sempre più diversificata, ma i simboli e i rituali restano quelli di sempre: la maglia gialla, il podio, i fiori i baci e anche il vino… sì perché:

«Anche se i ciclisti non possono bere vino è necessario che il Vino sia presente al Tour, perché il Tour è tutta la Francia».

Non possiamo che concludere questa rivisitazione letteraria della Grande Boucle ricordando che la lotta del Tour de France:

«è una competizione, non un conflitto. Questo significa che l’uomo non deve sconfiggere l’uomo, ma la resistenza delle cose».

@NicolaSbetti

Tutte le citazioni sono state tratte da: R. Barthes, Lo sport e gli uomini, Torino, Einaudi, 2007, pp.23-35.

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