Lo springbok lontano dal cuore del Sudafrica

Articolo inizialmente pubblicato su Pianeta Sport

In Sudafrica i simboli sono importanti e l’antilope che simboleggia e rappresenta la nazionale sudafricana è tornata nuovamente nell’occhio del ciclone. Via dal petto dei giocatori ed emarginata sulla manica sinistra per tutto l’arco della Coppa del Mondo 2011.

Dimenticatevi Invictus, o meglio, provate a chiedervi cosa è successo dopo i titoli di coda. Il rugby ha continuato ad essere il bastione e il simbolo dell’orgoglio afrikaner. Terminata l’euforia del 1995 il rugby perse l’occasione per rifondarsi e rimase ancora per tre anni in mano a quel Louis Luyt, il quale al termine della suddetta finale aveva dichiarato che, se fosse stata concessa loro la partecipazione, gli Springboks avrebbero vinto anche le due precedenti edizioni. Il pallone ovale e gli Springboks sono rimasti e per certi versi rimangono ancora uno degli ultimi bastioni dell’ultranazionalismo afrikaner.

Il periodo più buio del rugby sudafricano fu raggiunto nei primi anni del nuovo millennio quando, oltre alle prestazioni sportive negative, la nazionale si guadagnò le prime pagine dei giornali per una rissa fra l’avanti afrikaner Geo Cronjé e la seconda linea coloured Quinton Davids. Pare accertato che il primo si fosse rifiutato di fare la doccia con il secondo. Entrambi furono squalificati. Pochi mesi dopo una deludente Coppa del Mondo, si toccò il fondo quando emersero le foto del disumano ritiro tenutosi a Kamp Staaldraad.

Allo stesso tempo molti politici dell’African National Congress non hanno mai rinunciato a cercare di minare questo fortino afrikaner, imponendo quote ed erodendo man mano il potere dalle mani del vecchio establishment bianco. L’allenatore Jake White, promosso dopo lo scandalo di Kamp Staaldraad, denunciò spesso le pressioni politiche che pretendevano un numero maggiore di giocatori di colore nel quindici iniziale.

Se il simbolismo nello sport è importante, in Sudafrica pare essere fondamentale. Nelson Mandela, semplicemente indossando la divisa di gioco e un cappellino degli Springboks, era riuscito con una mossa politica geniale a dimostrare che il paese per restare unito doveva includere anche determinati aspetti culturali degli oppressori di ieri. Il gioco è stato riproposto da Thabo Mbeki in occasione del successo del 2007, in cui anche un ormai anziano Mandela è stato rivestito della maglia verde-oro che per l’occasione aveva stampato sulla manica il numero di prigionia del leader politico sudafricano (466664). La luna di miele del Sudafrica con i leader dell’ANC era però ormai finita.

Lo Springbok, la celebre antilope che dal 1906 rappresenta la nazionale di rugby sudafricana e che fino al 1995 era stato uno dei simboli più divisivi del paese, ha provato a riproporsi tanto nel 1995 quanto nel 2007 come simbolo unificatore ma, malgrado la forza della retorica, non è mai riuscita a convincere i sudafricani che continuano a vedere in essa un simbolo della segregazione razziale. Già nel 1992 con la fine dell’apartheid, per marcare un cambiamento, fu aggiunta all’antilope una corona di protea, fiore che simboleggia l’intero movimento sportivo sudafricano, dal cricket all’atletica. Nel 2008 le pressioni dei falchi dell’ANC hanno fatto sì che la federazione di rugby spodestasse lo Springbok dal cuore dei giocatori, riposizionandolo sul lato destro della maglia. Dal 2009 infatti, in occasione della tournée dei British and Irish Lions, i ‘boks’ hanno giocato con le nuove maglie in cui all’altezza del cuore, al posto della gazzella, si stagliava uno stemma raffigurante la protea.

Al Mondiale neozelandese però, le regole commerciali e la rigidità dell’IRB renderanno possibile la sparizione dell’antilope dal petto dei giocatori. Secondo regolamento infatti c’è posto solamente per tre stemmi sul fronte della maglia: il logo della competizione, lo sponsor tecnico e il logo della nazionale (la protea). Dopo numerose polemiche, l’antilope ha dovuto quindi migrare tristemente, sulla manica sinistra dei giocatori. Che si tratti di un arrivederci e non di un addio (tutto tornerà infatti come nel biennio 2009-10 a fine Mondiale) lo si capisce anche dando una rapida occhiata al sito della federazione di rugby in cui il simbolo e la parola Springboks capeggiano un po’ ovunque. Sorge comunque spontanea una domanda: chissà cosa ne pensa Nelson Mandela, l’uomo che nel 1995 e nuovamente nel 2007 indossò i simboli del vecchio nemico per dare loro un nuovo significato di inclusione e d’integrazione?

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