Lo sport dopo la votazione ONU sulla Palestina

Come cambia lo sport in Palestina e Israele dopo il voto dell’Assemblea Generale all’Onu

Lo scorso 30 novembre, in occasione dell’Assemblea Generale dell’Onu, la Palestina ha ottenuto la qualifica di “Stato osservatore”; un risultato che, pur non risolvendo nella sostanza il problema del riconoscimento, ha avuto una grande rilevanza politica e simbolica.

Un discorso analogo si può fare relativamente alle ricadute di questa decisione sul mondo dello sport, palcoscenico secondario ma altamente visibile e simbolico delle relazioni internazionali. Anche in questo campo il voto non ha portato nessuna novità sostanziale. Del resto, sulla scia della firma degli accordi di Oslo del 1993 fra Rabin e Arafat, fin dal 1995 il Comitato Olimpico Internazionale aveva riconosciuto quello palestinese, aprendo così alla Palestina le porte dello sport internazionale. Tuttavia l’escalation militare che ha preceduto questo pronunciamento non è stata priva di strascichi. Dai ragazzi del Gaza Parkour Team alla nazionale di calcio sono emerse chiaramente le difficoltà di coniugare l’attività sportiva con il momento drammatico vissuto dalla popolazione dei Territori palestinesi.

Dopo la tregua, la decisione dell’Onu e soprattutto la reazione del premier Netanyahu, che ha annunciato unilateralmente di voler implementare gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, il governo di Gerusalemme ha subito le critiche della comunità internazionale. Paradossalmente, quindi, è lo sport israeliano a guardare con maggior timore l’evoluzione degli eventi, anche perché dal 5 al 18 giungo 2013 sono previsti in Israele i Campionati europei under21 di calcio.

Nei giorni scorsi più di sessanta calciatori professionisti, tra cui Kanouté, Drogba, Ménez, Sissoko e Hazard, hanno scritto una lettera all’Uefa chiedendo il cambiamento di sede per gli Europei e la scarcerazione dei calciatori Omar Rowis e Mohammed Nemer. Difficile ipotizzare che l’Uefa accolga questa protesta o che le squadre partecipanti (tra cui l’Italia) scelgano la via del boicottaggio, ma ciò non significa che l’Europeo under21 sia in una botte di ferro. Tutt’altro.

Se le istituzioni sportive internazionali assumono posizioni intransigenti nel rifiutare lo spostamento di sede per ragioni politiche, si rivelano molto più recettive quando la richiesta avviene per ragioni di sicurezza. Dovesse perdurare il clima attuale, un ripensamento non può certo essere escluso a priori.

In questo quadro si allontana anche la possibilità di vedere partecipare le delegazioni di entrambi i Paesi ai Giochi del Mediterraneo. Ora la palla è passata a Israele. Se persevererà nella sua politica unilaterale sugli insediamenti, è alquanto probabile che per lo sport israeliano aumenterà il rischio di subire contestazioni e boicottaggi.

@NicolaSbetti

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