L’atleta del mese: Oscar Pistorius

A febbraio diversi atleti hanno raggiunto exploit straordinari ma il folle gesto del velocista sudafricano impone una riflessione sul campionismo (Articolo inizialmente pubblicato su TPI)

Avremmo potuto parlare degli exploit di Ted Ligety, lo sciatore americano capace di vincere l’oro in supergigante, gigante e supercombinata ai mondiali di Schladming, dei goal con cui Jonathan Pitroipa ha portato il Burkina Faso a un passo dal trionfo in Coppa d’Africa, oppure di Hashim Amla il cricketer sudafricano di religione mussulmana che, statistiche alla mano, è attualmente il miglior battitore al mondo sia nei test match, sia nel formato ODI. Considerato l’impatto globale del Super Bowl avevamo invece pensato di raccontare la “favola americana” del linebacker Ray Lewis trionfatore a New Orleans con i Ravens, ma un fatto di cronaca nera ha deciso altrimenti. L’atleta del mese di febbraio non poteva che essere Oscar Pistorus.

Il velocista sudafricano è stato il primo atleta paralimpico ad aver ottenuto una fama e una visibilità pienamente globale. Era un simbolo indiscusso di perseveranza e riscatto; un seme di speranza per tutti quelli che volevano continuare a fare sport ed inseguire i propri sogni anche se il destino era stato ingrato.

Per quanto il processo sia ancora in corso e solo in estate si potrà giungere ad una verità giudiziaria, nella notte di San Valentino, quando ha ucciso la sua compagna Reeva Steenkamp, Oscar Pistorius ha dismesso, definitivamente e nella maniera più drammatica possibile, i panni del role model che evidentemente faticava a reggere sulle sue spalle. Non è stato il primo – basti ricordare che lo scorso dicembre il linebacker dei Kansas City Chief, Jovan Belcher, uccise la fidanzata prima di togliersi la vita – e purtroppo non sarà nemmeno l’ultimo caso di “femminicidio” da parte di un uomo e di un atleta.

Al di là della tragedia umana, la reazione alla notizia è stata significativa. Passato lo shock iniziale, sono state scritte molte lettere assolutrici e persino diversi addetti ai lavori, pur sgomenti dal gesto, hanno finito per enfatizzare soprattutto gli aspetti positivi, non solo sportivi, della sua vita prima dell’omicidio. Una reazione inspiegabile se non con il fatto che l’omicida in questione fosse un campione sportivo.

Sulla scia dell’esportazione su scala mondiale del “modello sportivo americano”, fondato sull’individualismo, lo spettacolo e trainato dalle forze economiche, che si è sostanzialmente imposto a detrimento di quelli “inglese” ed “europeo continentale”, il campione sportivo è diventata una figura centrale. Non è dunque un caso che, mentre le sponsorizzazioni sportive sono in calo per via della crisi, gli accordi commerciali con i top-athletes stiano vivendo un momento di grande crescita.

Personaggi come Pistorius, Messi, C. Ronaldo, Federer, Kobe Bryant, sono galline dalle uova d’oro per gli sponsor, ma la loro centralità mediatica tende a spostare l’attenzione su aspetti personali che nulla hanno a che vedere con lo sport e la sua pratica. Una volta nello star system, però, ai campioni sportivi viene richiesto, al contrario delle star del cinema o dei rocker, di essere un modello di comportamento; basti pensare all’obbligo di non assumere sostanze stupefacenti.

A livello di immagine, almeno fino alle paraolimpiadi di Londra 2012, Pistorius ha portato da solo sulle sue spalle la crescita del movimento paraolimpico. Di conseguenza il suo fallimento personale rischia di gettare ombra sull’intero movimento, specialmente dal momento in cui è emersa la notizia del ritrovamento di steroidi in casa dell’atleta. Forse anche per questo, nonostante l’omicidio, molti non hanno scritto parole di condanna assoluta.

Quanto inchiostro è stato usato per scrivere se era giusto o meno che Pistorius corresse assieme ai normodotati? Sicuramente molto di più di quanto sia stato fatto per incentivare la promozione di uno sport paralimpico di base e svilupparne le infrastrutture. Non c’è dubbio che il campione sia uno strumento eccezionale per promuovere un messaggio, ma non sempre il messaggio veicolato coincide con l’io del testimonial o con fatti concreti. In una società sempre più individualista e poco solidale sembra difficile che questo trend possa cambiare. Il campionismo continuerà a trionfare, ma almeno non stupiamoci quando il prossimo campione finirà dalle stelle alle stalle. Lo sport non è una sfera separata dalla società, siamo tutti esseri umani, e l’umanità, atleti compresi, nella sua storia si è macchiata dei peggiori crimini.

2° Ray Lewis – Stati Uniti – Football americano

3° Hashim Amla – Sudafrica – Cricket

@NicolaSbetti

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