Aquile, Balcani, pallone e identità multiple

Ieri durante l’incontro Svizzera-Serbia valido per il gruppo E dei Campionati del Mondo i due goal degli svizzeri sono stati messi a segno da Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri entrambi di origini kossovare. Il Primo è nato in Svizzera da genitori rifugiati (il padre addirittura è stato incarcerato per aver rivendicato l’indipendenza del Kosovo, mentre il fratello ha deciso di giocare per l’Albania), il secondo è nato nell’attuale Kosovo da dove era dovuto fuggire a causa della guerra. Entrambi hanno esultato facendo con le mani il gesto dell’aquila albanese, con una chiara accezione antiserba.

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Si tratta di un gesto esplicitamente politico, ma non si può conndanare semplicemente dicendo “la politica va separata dal calcio”. Se calcio e politica fossero veramente separati, non dovremmo nemmeno ascoltere gli inni nazionali prima delle partite, non verrebbero esposte le bandiere nazionali o il capo del governo del paese organizzatore del Mondiale non presenzierebbe la cerimonia inaugurale.

Dire che i calciatori non devono prendere posizioni politiche (motivo per cui probabilmente i due calciatori saranno sanzionati dalla FIFA) è a sua volta una presa di posizione politica funzionale alla FIFA stessa per legittimare il proprio potere. Eppure molti riferimenti politici impliciti ed espliciti (stemmi, inni, bandiere, una federazione per nazione ecc.) sono non solo accettati , ma addirittura promossi dalla FIFA. Non a caso il Mondiale contribuisce a rafforzare l’idea di un mondo diviso in stati nazione in competizione fra loro.

Che Svizzera – Serbia non fosse una semplice partita di calcio lo si era peraltro capito da giorni. Lo aveva illustrato molto bene Federico Raso su Esquire, ricordando sia la discussione fra Shaqiri e alcuni giocatori serbi, dopo che lo svizzero-kossovaro aveva postato una foto dei suoi scarpini addobbati con una bandiera svizzera e una kossovara, sia le motivazioni complesse che avevano fatto sì che Xhaka, Shaqiri, ma anche Behrami, avessero scelto di continuare con la Nati, in particolare dopo la decisione della FIFA di impedire il passaggio a quei giocatori che avevano partecipato a Euro 2016 con altre nazionali. Xhaka per esempio ha dichiarato: “Ho fatto il possibile per giocare con il Kosovo, ma vestirò comunque con orgoglio la maglia della Svizzera. È un Paese che ha fatto tanto per i 300.000 albanesi che ci vivono, sono orgoglioso di rappresentarli”.

Nel calcio di oggi i singoli calciatori hanno sempre più spesso identità multiple, ovverso si sentono di appartenere a più di un Paese (quello dei genitori, quello dove sono nati, quello di residenza, quello in cui si sono formati calcisticamente…) ma possono rappresentare una sola nazionale. Non tutti gli svizzeri hanno apprezzato il riferimento ad un altro paese nel momento in cui due calciatori della sua nazionale esultavano per i goal, allo stesso tempo però la gioia per la vittoria ha fatto passare in secondo piano la questione. Al contrario dei due allenatori che hanno provato a gettare acqua sul fuoco, il capitano Stephen Lichtsteiner ha sostenuto con forza il gesto dei suoi compagni di squadra dichiarando:

“È stata una gara molto dura per loro mentalmente. Questo è più che calcio. Loro hanno avuto la guerra, li capisco, è parte della vita e prima della partita sono stati provocati. È normale”

Peraltro l’ex terzino della Juventus ha anche ripreso l’esultanza aquilata dei compagni:

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La (spontanea?) provocazione politica di Xhaka e Shaqiri – giustificata ex post come frutto dell’emozione per il goal – per certi versi può essere anche letta come una reazione, non solo alle tensioni etniche fra serbi e albanesi relative al Kosovo, ma anche a quanto avvenuto nei giorni precedenti al match. Senza dover per forza in questa sede ricordare che cosa rappresenta il Kosovo per la storia serba ed albanese e che cosa sia stata la guerra in Kosovo dal 1996 al 1999, come ha brillantemente evidenziato James Montague sia sul New York Times sia su Twitter anche da parte Serba non erano mancate le provocazioni.

Il Ministro degli esteri Ivica Dadic aveva commentato la vittoria contro la Costa Rica definendola una “dolce rivincita” in quanto il Paese Centroamericano era stato uno dei primi a riconoscere l’indipendenza unilaterale del Kosovo nel 2008. La FIFA inoltre aveva multato di 10.000 franchi svizzeri la Federazione serba perché i suoi tifosi avevano sventolato uno striscione inneggiante a un movimento nazionalista paramilitare. A ciò si deve aggiungere che lo stadio era fortemente filoserbo in quanto i russi, specie a Kaliningrad, hanno adottato i serbi come seconda squadra. Inoltre i giocatori di orgine kossovare, Shaqiri in primis, erabi stati stati fischiatissimi ogni volta che toccavano il pallone.

Insomma, è stato sì un gesto politico, forse premeditato, e la FIFA probabilmente lo punirà. Va però considerato il contesto: sia quello delle guerre fratricide nei Balcani, sia la loro continuazione non violenta ma fortemente identitaria che prosegue nel mondo del calcio. Le provocazioni ci sono state da parte serba come da parte kossovara. Non tutti gli svizzeri hanno accettato il gesto dei propri calciatori e si sono sentiti un po’ traditi dalla doppia identità da loro messa in campo (in maniera simile ai tedeschi di fronte alle foto di Ozil e Gundogan con Erdogan). Questo però è un problema più ampio. Le nazionali di calcio infatti restano uno dei simboli che rendono più reali e tangibili quelle potenti comunità immaginate che sono le nazioni… e quando si parla di nazionali di calcio, le identità multiple individuali non sono mai troppo ben tollerate. In un mondo sempre più globalizzato questa tensione segnerà sempre di più il calcio internazionale nei prossimi anni.

Nicola Sbetti

 

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