Superga 70 anni dopo

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Qualche giorno fa twittavo: “Il settantesimo di Superga conferma che ad oggi il Grande Torino è molto più memoria che storia“. Un’impressione che tenderei a confermare anche a freddo. Tante le iniziative e le pubblicazioni.

Su Bibliocalcio (bel gruppo fb di bibliofili calcistici) sono state mappate le ultime pubblicazioni. La più importante mi sembra essere la traduzione in italiano della biografia di Erno Erbstein.

Anche la Rai ha fatto un buon lavoro. In particolare segnaliamo:

1) La puntata di Passato e Presente dove un ottimo Paolo Colombo ha evidenziato la centralità (molto spesso sottovalutata) di Ferruccio Novo e sopratutto ha conluso:

“… dal mio punto di vista se dovessimo dire che c’è una ricostruzione che restituisce il valore di quest’esperienza all’interno della storia italiana forse mi spigerei a dire che ancora non c’è. Io sono convinto che quanto si usano fenomeni di costume, di sport e di cultura, come in questo caso per il Torino, per guardare alla storia di un paese, al nostro paese nello specifico, è un po’ come mettersi degli occhiali speciali che consentono di vedere qualcosa della storia vera e propria (…) e allora un guanto di sfida alle giovani generazioni di storici che riescano a compiere quest’operazione, restiturci in una ricerca storicamente documentata il valore di quell’esperienza per comprendere quel tempo (…) e dunque mi piace sospendere il giudizio (…) ma invitare qualcuno a mettere le energia, la forza e la passione per raccontare questa che è una bellissima storia per raccontare gli anni dell’immediato dopoguerra soprattutto dell’Italia”.

Per vedere la puntata clicca QUI.

2) Lo speciale di Raistoria. Vedi QUI.

3) Il TG2 Dossier. Vedi QUI.

4) Lo speciale di Raisport. Vedi QUI.

Ad oggi i saggi più importanti sono:

  1. P. DIETSCHY, The Superga Disaster and the Death of the ‘great Torino’, «Soccer & Society», Vol. 5, issue 2, 2007.
  2. Il capitolo dedicato al grande Torino nel libro di J. FOOT, Calcio.
  3. D. SERAPIGLIA, Sia lodato il Grande Torino. La tragedia di Superga e la costruzione della comunità immaginata cattolica, im@go, n° 11, 2018.
  4. F. ARCHAMBAULT, La catastrophe de Superga. Une tragédie politique italienne, “Parlement(s), Revue d’histoire politique”, n° 25, 1/2017.

Ma come diceva Paolo Colombo, manca ancora un’importante ricerca di storia sociale, politica e culturale sul decennio del grande Torino capace di andare al di là del mito e dell’agiografia.

Qui invece un po’ di documenti raccolti dal sito Eupallog.

Per finire un brevissimo estratto (non la parte più rilevante che riguarda invece l’impatto internazionale della tragedia) dalla mia tesi di dottorato nel capitolo relativo agli “attori sportivi” della politica estera sportiva italiana:

Più ancora della nazionale però, fu una singola squadra, ad incarnare l’immagine dell’Italia postbellica: il «grande Torino». I granata, che peraltro formavano la spina dorsale della nazionale, dominarono tutti i campionati del dopoguerra fino al 1949 quando, di ritorno da una trasferta in Portogallo l’aereo che li trasportava si schiantò sulla collina di Superga, mettendo tragicamente fine quell’epopea. La drammatica e prematura fine della squadra capitanata da Valentino Mazzola contribuì – un po’ come avvenuto per il caso di Fausto Coppi – a trasformare le loro imprese in mito, evitando quel declino fisiologico a cui prima o poi tutte le grandi squadre e i grandi campioni sono destinati ad andare incontro.

I granata erano il simbolo della Torino «popolare, operaia e antifascista»[1] e non avevano timori a dimostrarlo, prendendo posizione per esempio in favore della repubblica alla vigilia del referendum del 2 giugno. «Qui del Toro siamo in molti ad essere repubblicani», dichiarò il capitano Valentino Mazzola, mentre il suo compagno di reparto, Ezio Loik, spiegò: «Sono un lavoratore e come tutti i lavoratori voterò per la repubblica»[2]. Prima di tutto però il “grande Torino” rappresentò un’eccellenza sportiva; già nell’autunno del 1945 il commissario tecnico della nazionale Pozzo dichiarava: «Nemmeno la vecchia Juventus mi ha mai impressionato come il Torino»[3]. La squadra piemontese contribuì concretamente alla ripresa morale dell’Italia nel secondo dopoguerra; le sue vittorie infatti simboleggiarono le speranze e le aspirazioni tanto dei torinesi quanto degli italiani di riemergere dalle distruzioni della guerra[4]. La fama e il prestigio del Torino valicarono rapidamente i confini del Piemonte, basti pensare che prima della tragedia la Salernitana decise di abbandonare i tradizionali colori bianco-celesti per vestire quelli granata[5]. La simbiosi fra il “grande Torino”, la nazionale di calcio e l’Italia divenne poi pressoché assoluta nel corso del 1947, quando nelle sfide contro la Svizzera e l’Ungheria scesero in campo rispettivamente 9 e 10 giocatori granata con la maglia azzurra.

Come ricordò Gianni Brera nel primo anniversario della tragedia: «Il Torino era il calcio italiano. Era fra le più forti squadre esistenti, come una Arsenal, una Dynamo, un Rancing di Buenos Aires, un Vasco da Gama. E forse più di quelli»[6]. In effetti la squadra granata funse da autentico ambasciatore del calcio italiano e non a caso fu la prima squadra italiana a disputare una partita all’estero nel secondo dopoguerra. Nel settembre del 1945, quando ancora la FIFA non si era espressa sulla permanenza della FIGC, il Torino andò a giocare e vinse a Losanna (si veda il paragrafo 2.3 del capitolo 3)[7]. Prima della fatale trasferta in Portogallo il Torino si era recato nuovamente in Svizzera, poi in Francia, Spagna e Brasile. Proprio in occasione della tournée brasiliana i pluricampioni d’Italia poterono rendersi conto del ruolo non solo calcistico che andavano assumendo, in quanto lo stesso Governatore di Rio fece pressioni affinché i granata giocassero un ulteriore incontro con il Vasco da Gama[8]. Diverse furono le occasioni in cui la dirigenza del Torino si vide costretta a declinare inviti per non inficiare il proprio cammino in campionato[9]. Le partite dei granata comunque costituivano un’attrazione perfino per gli atleti stranieri di passaggio nel capoluogo piemontese. Per esempio la nazionale austriaca di nuoto, dopo aver disputato un incontro amichevole con la nazionale azzurra, si recò allo stadio Filadelfia per assistere all’incontro Torino-Atalanta[10].

Nonostante il campionato italiano di calcio fosse un focolaio di campanilismi, il disastro aereo di Superga fu un lutto condiviso per tutta la nazione ed ebbe una grande eco all’estero (si veda il paragrafo 4.3 del capitolo 3).

[1] Cfr. G. SILEI, Il sipario strappato. Sport, tragedie e cronaca nera, in S. Battente (a cura di), Sport e società nell’Italia del ‘900, Napoli-Roma, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012, p. 384.

[2] Perché voteremo per la Repubblica, «L’Unità» mercoledì 29 maggio 1946.

[3] Cit. G. BRERA, Il Commissario Pozzo si lascia intervistare, «La Gazzetta dello Sport», 30 ottobre 1945, p. 1.

[4] Cfr., P. DIETSCHY, The Superga Disaster and the Death of the ‘great Torino’, «Soccer & Society», Vol. 5, issue 2, 2007, pp. 300-1.

[5] Cfr. G. PANICO, Il calcio, cit., p. 100.

[6] G. BRERA, Il calcio italiano naviga nel buio, «La Gazzetta dello sport», venerdì 8 dicembre 1950, p. 1.

[7] Cfr. Il Torino è già in forma e vince a Losanna per 3-1, «La Gazzetta dello Sport», 19 settembre 1945, p. 2. Il Torino avrebbe dovuto giocare anche con la nazionale svizzera in vista dell’amichevole con la Spagna, ma il forfait di quest’ultima e l’annuncio dell’amichevole con l’Italia fece saltare l’accordo.

[8] Cfr. Da Rio de Janeiro a Torino in volo, «La Gazzetta dello Sport», 6 agosto 1948, p. 4.

[9] Il rifiuto più significativo fu probabilmente quello posto agli organizzatori del Festival della Gioventù di Praga nel 1947 che avrebbero voluto organizzare una sfida fra il Torino e la Dinamo Mosca. G. BRERA, Alla vigilia di Cecoslovacchia – Italia già si parla dell’incontro Fitch-Consolini, «La Gazzetta dello Sport», 18 luglio 1947, p. 1.

[10] Cfr. I nuotatori austriaci giunti a Torino, «La Gazzetta dello Sport», 8 maggio 1948, p. 4.

@NicolaSbetti

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